images (1)Articolo pubblicato su “Free Time” giugno/luglio 2010.

Noblesse oblige, tempra e industriosa cultura del fare. E’ un mix genetico vincente che potrebbe indurre chiunque a chiudere una porta con il passato e ad aprirne un’altra con il futuro, ponendo in campo una scommessa: reinventare se stessi o nell’ambito professionale, oppure nella sfera privata ed anche in ciò che si considera passatismo. Un reinventarsi lavorativo che prescinde dal tradizionale orientamento verso l’alto, verso il solito miglioramento professionale, oggi è possibile, ma a quali condizioni?  I neolaureati si trovano spesso in famiglie che scoraggiano il perseguimento delle loro vere intime aspirazioni perché, si dice, “bisogna avere i piedi per terra”. Chi invece ha una professione affermata, in qualunque settore, tentenna molto prima di essere proposito verso nuove esperienze, magari non certe (da un punto di vista economico) ma che soddisfano il proprio ego. Da valutare però che, se si rimane centrati su se stessi come “utilizzatori finali” di tutto ciò che ci sta intorno, si potrebbe rischiare di non capire il senso delle scelte, della storia, della tecnologia, della natura e delle relazioni sociali che le hanno generate. Un groviglio di valutazioni da dipanare con il supporto della dottoressa Omaira Di Rosa, psicologa e psicoterapeuta.

 

D: Esiste un vademecum da seguire per chi decide di azzerare il proprio passato e intende “reinventare se stesso”?

R: Pochi passaggi e nodi focali, più che un vademecum vero e proprio. Tra i quali: focalizzarsi sul bisogno ovvero sui propri desideri, implementare la consapevolezza di ciò che si fa direzionandola verso un processo che abbia un preciso scopo, orientare quindi le energie, pensare in modo sistematico a quanto fatto e quanto ancora da fare, far sì che ci si possa rendere più autentici e capaci nell’impatto con gli altri e con le cose, chiudere l’esperienza con dei feedback produttivi che possano sostenere l’avvio ciclico di processi di livello superiore.

 

D: Se si dovesse riuscire nel proprio intento, potrebbero tornare alla memoria le parole di Macchiavelli nel XX capitolo del Principe: “chi vince, non vuole amici sospetti e che non lo aiutino nelle avversità; chi perde, non ti riceve, per non avere tu voluto con le arme in mano correre la fortuna sua”. Come arginare l’essere sospettosi?

R: Quando avvengono cambiamenti in una parte di un sistema, si avranno conseguenze che vanno al di là di quella sotto-unità, ecco perché spesso sorgono resistenze al cambiamento, sospetti, difficoltà nella gestione delle divergenze e quant’altro. Questo costituisce un punto critico di ogni relazione lavorativa e non, ossia come integrare gli obiettivi del sistema, strutturato e consolidato in maniera cristallizzata, con i bisogni individuali emergenti che richiederebbero una scioltezza maggiore, che a volte il sistema stesso non ha. La posizione che preferisco è di salvaguardia dell’individuo ed al contempo dell’organizzazione. Vorrei sottolineare come un’organizzazione lavorativa solida, non rigida, può essere tale solo se gli individui possono usufruire di un ambiente dove usare il proprio potenziale.

 

D: In che modo accompagnare, da un punto di vista psicologico, il cambiamento, qualunque natura esso abbia?

R: Il cambiamento avviene in modo imprevedibile ed avviene all’interno di un sistema caotico, in cui si possono verificare dei salti significativi per la persona. Anche nella relazione terapeutica che sostiene il cambiamento, perché fisiologico della psiche, c’è questa improvvisazione, l’intento è quello di creare l’eccitazione della scoperta che muove con fiducia verso qualcosa di completamente nuovo. La tensione verso il next si muove all’interno di un confine strutturato e sicuro che è dato dalla intersoggettività. La relazione clinica fornisce il rispecchiamento tra “ciò che ero” e “ciò che sto per diventare”, questo affinché il cambiamento venga assimilato e vissuto in maniera naturale e non come una necessità estranea.

 

D:  Kant sosteneva che: “Le cose non si fanno a caso, ma perché si è spinti da una necessità interiore”, in che modo riuscire a valutare bene la propria, senza rischiare di mandare a rotoli la propria vita con scelte che poi si possono rivelare infauste?

R: Una frase di Josephine Baker mi pare possa rendere pratica l’idea espressa da Kant ed al contempo essere maggiormente esemplificativa di qualunque discorso teoretico, dice: “E’ dunque questo che chiamano vocazione: la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?”

E per concludere sull’infausto, guardando alla opportuna necessità di “reinventarsi”:

“In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata” – C. G. Jung.

 

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